Forex default e crisi economica

La crisi economica mondiale si riflette anche sulla vita della moneta unica europea: l’euro, una valuta che potrebbe scomparire?

C’è chi ne vorrebbe la fine, chi invece auspica la salvezza dell’euro. Fatto sta che il Presidente del Fondo Monetario Internazionale considera improbabile, almeno per il 2012, la fine della moneta unica europea, in considerazione degli interessi relativi al default possibile della Grecia ed ai prestiti elargiti che vedono primi in campo Germania e Francia.

Defaul, una parola che spaventa i mercati monetari, azionari, ma anche la gente che neanche conosce il significato della parola default.

Anche l’ Italia potrebbe correre il rischio di andare in default, un parola che ci fa tremare ed ha reso necessaria una manovra salasso quale la finanziaria 2012 del Governo Tecnico Monti

A richio anche gli Stati Uniti d’ America, il cui debito pubblico aumenta al ritmo incessante di 1000 miliardi di dollari ogni 7 mesi circa. Il 1 agosto 2011 Il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama ricorre ad un accordo delle forze pubbliche per aumentare il tetto massimo del debito pubblico pari ad una cifra che nei mesi seguenti potrà raggiungere i 2.500 miliardi di dollari, e tagli alla spesa pubblica per somme equivalenti ai sopracitati aumenti della soglia di indebitamento.  In Data 6 agosto 2011, l’agenzia di Rating Standard & Poor’s annuncia il taglio della valutazione sul debito USA da AAA ad AA+, con possibilità di altri tagli nei mesi a seguire. È il primo caso di taglio del rating del debito USA nella Storia.

Ma cosa significa andare in default?

Significa in parole spicciole, fallire, essere insolventi, avere costi che superano le entrate ed impossibilità a pagare i creditori, che nel caso di un Paese potrebbe significare l’impossibilità a pagare gli stipendi pubblici, pensioni et similia.

Esistono casi di Stati andati in default?

Un esempio? L’ Argentina:

L’Argentina, a seguito dell’impugnazione del suo debito, ha istituito una particolare modalità di finanziamento del debito pubblico, con la quale emette dei titoli di debito più complessi dei tradizionali bond.

Si tratta di warrant, che pagano l’interesse soltanto se la crescita del PIL misurata a fine anno (e non quella prevista) supera il 4.2%: il capitale, come per i normali titoli di Stato, è garantito al 100%, mentre non lo è la quota interessi ma questo impegno vale solo nella misura in cui lo Stato, come appunto fece la stessa Argentina, non dichiara default (cessazione dei pagamenti). In questo modo l’andamento del debito pubblico è legato alla crescita della ricchezza reale della nazione e si dovrebbe evitare quanto accadeva in passato, quando lo Stato doveva contrarre debiti non per poter effettuare investimenti produttivi che avrebbero arricchito il Paese, ma per ripagare i detentori di titoli quando le tasse sul reddito prodotto da cittadini e imprese non fornivano un gettito sufficiente allo scopo. Si deve anche considerare che troppo spesso i finanziamenti produttivi, ovvero destinati agli investimenti ed allo sviluppo, sono stati dirottati verso la copertura del deficit pubblico stesso, inteso come spesa corrente dello Stato, innescando un circolo vizioso. L’Argentina a tutt’oggi mantiene lo status di default, è stata estromessa dai mercati finanziari internazionali, è stata condannata per comportamento doloso, avendo occultato le sue riserve prima di dichiarare default (Essa mantiene oltre 150 miliardi di dollari all’estero).  Recentemente l’Argentina ha dichiarato un altro default sui titoli INDEC di cui sopra tramite un’abile manipolazione dell’indice di riferimento dei prezzi su cui sono calcolate le cedole: così il paese è riuscito a pagare lo 0,5% sui titoli, un rendimento di fatto negativo che riduce in pratica il capitale investito dai risparmiatori.

Naturalmente l’Argentina non è scomparsa, anzi è sempre lì e non ci sono solo aspetti negativi del dopo default, anzi.

Intanto i “mercati delle monete” sono poco stabili e potrebbero impazzire in ogni momento … e l’ oro schizza alle stelle.

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